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La Vera Vite

Spirito Santo

Spirito Santo
vieni...

Corpus Domini

Corpus Domini

Nel Corpo e nel Sangue di Gesù

Ciascun uomo possa "sentire e gustare" la presenza di Gesù e Maria, SS. Madre della Pentecoste, nella propria vita, in ogni attimo della propria giornata.



Nello Splendore della Resurrezione del Signore l'uomo trovi la sua vera dimensione e riesca ad esprimerla con Amore e Carità. Un abbraccio Michy


Maria SS. di Montevergine

Maria SS. di Montevergine
Maria SS. di Montevergine

Ti seguitò Signore - Mons.Mario Frisina

martedì 30 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XIII settimana del tempo ordinario)

Martedì -- Mt 8,23-27
La fede libera dalla paura – Quando è presente Gesù, non c’è nulla da temere per chi crede che egli è il Signore della creazione. Come un giorno sulla barca dei discepoli, così oggi il Cristo è presente nella sua chiesa. Non dobbiamo dunque aver paura, anche se la vediamo scossa della tempesta. (Cfr. Messalino EDB).
«Perché avete paura, gente di poca fede?». Queste poche parole sono tutto il programma della nostra relazione con Dio! Mettiamo il nostro cuore, i nostri pensieri in Lui, nel Suo grande Amore, abbandoniamoci a Lui…Raggiunta questa meta, la meta del “granellino di senape”, la nostra vita sarà più salda, le nostre paure cesseranno, riusciremo ad affrontare il quotidiano, gli “affanni”, le paure…le angosce…certo con dispiacere, ma certi che ciò che sta avvenendo è sicuramente “protetto” dalla presenza di Dio nella nostra vita e nella nostra storia.
Il nostro Dio non dorme, siamo noi che con le nostre debolezze ci facciamo vincere e temiamo il confronto con la realtà, una realtà dalla quale non necessita fuggire, ma vivere “abbandonati” nel Cuore di Gesù e Maria SS. Questa è la certezza che ci viene proposta! Una forza interiore che ci consente di andare sia pur nelle”tempeste” più pericolose con la tenacia di chi non teme nulla e con la certezza che la vittoria sarà il premio che, senza dubbio alcuno, il nostro Signore e Creatore ci preparerà, pronti ad accettare qualsiasi soluzione, perché solo nelle sue mani si costruisce il meglio della nostra vita. I nostri desideri a volte non coincidono ed allora pensiamo a Gesù che dorme, miei cari è il momento in cui siamo noi a dovere stare in guardia: Gesù non si addormenta è sempre vigile siamo noi che dobbiamo dare una “smossa” ai nostri sentimenti e se il livello della fede si è abbassato, ritorniamo a Lui, buttiamoci tra le Sue braccia ed abbandoniamoci dolcemente alla Sua volontà. Non aspettiamo di avere paura ma la preghiera e la fiducia in Lui sono la nostra prima azione al mattino e la scenografia di tutta la nostra giornata.

lunedì 29 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XIII settimana del tempo ordinario)

Omelia di don Palo Curtaz
(del 29-06-2008)
Le colonne
Ci sono degli aspetti della Chiesa che fatico a vivere e a capire, pur facendone parte e amando questo sogno di Dio che appartiene al suo Regno.Ci sono degli aspetti, invece, che mi fanno impazzire ogni volta che ci penso. Impazzire di gioia. La festa che oggi celebriamo, sostituendo la domenica, è proprio una di queste sorprese guascone e irriverenti che mi rendono felice e orgoglioso di essere cristiano cattolico. Oggi celebriamo i santi Pietro e Paolo, il loro percorso, la loro fede, la loro lotta. Dobbiamo, per riscoprirli, toglierli dalle nicchie in cui li abbiamo messi, avere il coraggio di pensare a loro come a delle persone qualunque che hanno avuto Dio in sorte. Perciò ci sono simili. Perciò ci sono necessari.Pietro e Paolo sono così diversi, così straordinariamente diversi!
Pietro è il pescatore di Cafarnao, uomo semplice e rozzo, entusiasta e irruente, generoso e fragile. Paolo è l'intellettuale raffinato, lo zelante persecutore, il convertito divorato dalla passione. Nulla avrebbe potuto mettere insieme due persone così diverse. Nulla. Solo Cristo.
Pietro
Pietro il pescatore di Cafarnao, uomo rude e semplice, di grande passione e istinto, Pietro che segue il Maestro con irruenza, poco abituato alle sottili disquisizioni teologiche, Pietro che ama profondamente Gesù, che ne scruta i passi, Pietro il generoso e che sa poco di diplomazia e il più delle volte nel Vangelo interviene grossolanamente e a sproposito. Pietro abituato alla fatica, con il volto segnato da profonde rughe, con le mani ingrossate e screpolate dalla canapa e dall'acqua. Che ne sapeva, lui, delle profezie e delle diatribe tra rabbini? Uomo di sangue e di concretezza, uomo di lago e di pesci, Gesù lo ha scelto per la sua cocciutaggine, per la sua tempra. Pietro che viene scelto, proprio lui, non Giovanni il mistico, per essere il capo del gruppo, per garantire nella fede i fratelli. Pietro stranito e confuso da questo nuovo ruolo, decisamente fuori dalle sue corde.La storia di Pietro ha così un'impennata inattesa, brutale; Pietro dovrà essere masticato dalla croce, sbattere pesantemente il naso contro il proprio limite, piangere amaramente la propria fragilità per diventare il punto di riferimento dei cristiani. Nessuno di noi conosce la propria fede fino a quando questa non è messa alla prova: così Pietro che si sentiva ormai adulto nella fede, fondato nelle sue convinzioni, deve fare i conti con la sua paura e rinnega il Maestro e piange. Pietro che troviamo, dopo il suo fallimento, presso il lago di Tiberiade, dove lo aspetta il risorto che gli chiede, ora, di amarlo. E Pietro abbassa lo sguardo, sente tagliente bruciare la ferita dentro di sé. Eppure crede, eppure ama: ora sì, è davvero capace di confermare i fratelli, ora sì, sul serio, può accompagnare il cammino dei fratelli
Grande Pietro, noi ti amiamo.
Non migliore ma vero, autentico, capace di piangere i tuoi sbagli. Per questo pianto noi ti amiamo, Pietro, per questo silente singhiozzare di cane fedele, perché la tua fragilità e la tua paura sono le nostre. A Pietro il Signore chiede di conservare la fede, di tenerla intatta, di lasciarla crescere dentro di sé e confermare i fratelli. Perché mai Pietro è stato scelto come garante della nostra fede? Perché crede. È l'unico che si è buttato nel lago andando incontro a Gesù che cammina sulle acque, impulsivo come sempre.
Paolo
Paolo, così diverso da Pietro, Paolo lo studioso, l'intellettuale, il polemico, il credente intransigente e fanatico che si trova per terra davanti alla luce del Nazareno, ci ricorda l'ardore della fede, l'ansia dell'annuncio, il dono del carisma, il fuoco dello Spirito. Paolo è osteggiato prima dai suoi ex compagni, i farisei, e poi dai suoi nuovi fratelli, i cristiani. Alcuni di quelli di Gerusalemme vedono nella sua apertura al paganesimo un tradimento del Vangelo e lo ostacolano in tutti i modi. Quanta pazienza e rabbia Paolo dovrà esercitare per portare avanti la sua idea di Regno! Grazie a lui noi ora siamo figli di Dio, grazie alla sua costanza e alle prove che ha dovuto superare. Senza di lui il cristianesimo sarebbe rimasto chiuso nell'angusto spazio dell'esperienza di Israele, grazie a Paolo le mura sono state abbattute, grazie a lui e alla sua forza il Vangelo ha travalicato la storia.Paolo il passionale, il focoso, che ama e dona la sua vita alle sue comunità. Da oggi la Chiesa dedica un anno di riflessione, in occasione dei duemila anni della sua nascita, per riscoprire il fuoco di Paolo. Sia davvero un anno in cui riavvicinarci alle sue parole, alle sue intuizioni, per riscoprire le sue battaglie.
Le colonne
Nella loro vita poche volte i due si incontrarono, a volte litigarono, si confrontarono, si richiamarono alla fedeltà. Eppure il loro comune Signore li adoperò per farli diventare le due colonne principali cui poggia l'edificio della Chiesa.
Pietro è la conservazione della fede. Paolo è l'ardore dell'annuncio, l'anarchia dello Spirito. Difficilmente si sarebbe riusciti a mettere insieme due figure più diverse, eppure la Chiesa è così, fatta di gioiosa diversità, di dilagante ricchezza. Ed è bello e consolante, oggi, celebrare insieme due che mai, nella vita, avrebbero voluto essere ricordati insieme...Così è la Chiesa, che oggi gioisce per questi innamorati di Dio, lieta di poter proporre ad ogni uomo lo stesso percorso di scoperta del volto del Signore Gesù. Pietro il pescatore, Paolo l'intellettuale, le due colonne su cui poggia la nostra fede, Pietro e Paolo, le colonne della fede, ci insegnino a vivere nella tenerezza dell'appartenere alla Chiesa.

domenica 28 giugno 2009

Omelia della XII Domenica T.O

Autore:
Monache Benedettine di Citerna
Unione Cattolici Italiani
Dio datore di vita
La liturgia oggi ci presenta figure di malattia e di morte, ma guardando queste realtà nell’ottica della fede che fa irrompere la potenza di Dio, potremmo definire il messaggio trasmesso dalla prima e dalla terza lettura, un inno alla vita. Gesù compie prodigi per chi ha fede in Lui. “Dio... ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte. Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” (I lettura). Ma la mano di Dio interviene e risana dove la vita languisce; trionfa con la potenza della resurrezione dove l’uomo si trova assolutamente impossibilitato ad agire, perché lo ha colpito la morte. La fede in Lui supera l’impossibile.
L’Evangelo infatti ci presenta due casi in cui la potenza umana risulta impotente: una donna, che per curarsi ha speso tutto senza risultato, un uomo la cui figlia è morta. Ma nel cuore di queste due persone c’è il segreto, la chiave per ottenere quello che solo Gesù può dare, quello che da Lui sono sicure di ottenere: il segreto è la fede che commuove il cuore di Cristo: la fede esplicita del capo della sinagoga, che va da Gesù, si getta ai suoi piedi, lo prega con insistenza; la fede nascosta ma certa della donna malata, che si avvicina, sicura, che se riuscirà a toccare anche solo il suo mantello sarà guarita. Queste due persone ottengono da Gesù quello che volevano: la guarigione dalla malattia, la resurrezione dalla morte. Questo è confermato dalla parola di Gesù: “Figlia la tua fede ti ha salvata ... sii guarita dal tuo male” e “... non temere, soltanto abbi fede”.
Troviamo qui la dinamica dell’Esodo, quando il popolo ebraico si trovava nella schiavitù dell’Egitto ( ma anche la dinamica pasquale della dimensione cristiana):
situazione di angoscia
grido di supplica a Dio che solo può salvare: “nell’angoscia gridarono al Signore ed Egli li liberò dalle loro angustie” (Sal 106)
intervento del Signore.
Possiamo anche notare un’altra cosa: l’Evangelo di oggi si apre con una frase che si trova più di una volta in Marco. “Gesù passato... all’altra riva”.
Il capitolo 5 inizia con queste stesse parole, narra l’episodio di Gesù con l’indemoniato, lo spirito impuro che si chiamava Legione, che scacciato dall’uomo va in una mandria di porci. I mandriani pregano Gesù di andarsene dal loro territorio. Gesù passa così da una situazione ostile, di rifiuto, ad una situazione di accoglienza, “all’altra riva”, dove “gli si radunò attorno molta folla”. Qui è tutto un andare verso il Signore. Un susseguirsi di verbi (si recò, lo vede, si getta ai piedi, lo prega con insistenza; venne, toccò il mantello) connota un movimento che mette in atto tutte le facoltà dell’uomo, spinto da un desiderio profondo di arrivare fino a Gesù. E’ la forza della fede di chi, come già abbiamo detto, si trova in difficoltà estrema e sente dentro di sé qualcosa d’irresistibile che sospinge verso la vera Fonte della vita, per ottenere la vita che sta sfuggendo o che già non è più. E’ il grido dello Spirito che sale dal profondo dell’essere e che si esplicita nel chiedere, o non viene nemmeno espresso esternamente; fa pensare alla parola di Paolo: “Lo Spirito tende alla vita...colui che ha risuscitato Cristo dai morti, darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rom 8,6.11). E ancora: “Gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli... non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (8,23.26).
Tutto il nostro essere è chiamato oggi ad aprirsi con fede per accogliere il dono della guarigione ed della vita, o meglio, per accogliere lo stesso autore della vita: Cristo Gesù mandato dal Padre.
A questo punto potremmo davvero porci delle domande:
- Quando andiamo a ricevere Gesù nell’Eucaristia, andiamo a Lui per toccarlo
(addirittura per “mangiarlo”) con la stessa fede della donna malata dell’Evangelo?
- Abbiamo la certezza che quando lo “tocchiamo così” possiamo essere guariti?
- Crediamo che Lui, risorto da morte, viene vivo a noi per donarci la guarigione e la vittoria sul male e sulla morte?

XIII Settimana del Tempo Ordinario

XIII Settimana del T. O
Domenica - Mc 5,21-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.


Lunedì -- SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI -- Mt 16,13-19
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Martedì -- Mt 8,23-27
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Mercoledì -- Mt 8,28-34
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque. I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.

Giovedì – Mt 9,1-8
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati». Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati – disse allora al paralitico –, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua. Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Venerdì – SAN TOMMASO - Gv 20,24-29
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”.

Sabato – Mt 9,14-17
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

sabato 27 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XII settimana del tempo ordinario)

Sabato – Mt 8,5-17
La fede di un pagano – Gesù è venuto all’interno del popolo di Dio, ma ecco che un pagano ottiene con la propria fede la guarigione di un servo. Il Cristo coglie l’occasione per affermare, che Dio chiama tutti gli uomini nel suo regno. I giudei sono stati chiamati per primi, ma anch’essi dovranno entrare attraverso quella fede di cui un pagano rimane per sempre un modello. Cfr. Messalino EDB
Gesù non si lascia condizionare dalla provenienza delle persone che si rivolgono a Lui, non pone differenza se l’interlocutore è ebreo o un centurione romano o altro, va al di là, va al cuore di chi incontra, va alla ricerca della Fede palesata ed il centurione colpisce Gesù con la sua umile richiesta, ma soprattutto per la certezza che ripone in Lui. “All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande.”……” mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti”. Un’affermazione che ci richiama ad altre…. «Nessun profeta è disprezzato se non nella sua patria, fra i suoi parenti e in casa sua».(Mc. 6,4)... La risposta al centurione è immediata: “Va’, e sia fatto secondo la tua fede”. Ecco che cosa il Signore Gesù cerca negli uomini: la Fede, il riporre tutto nelle Sue mani, il riconoscerlo per quello che è: Il Figlio di Dio fatto uomo, il riconoscere che Dio Padre può tutto, perché tutto viene da lui ed a Lui che ritorna. Questa considerazione è molto forte e ci interroga profondamente, proviamo a chiederci se abbiamo la stessa Fede del centurione, dell’ebreo o di altri….Noi che siamo coloro che abbiamo ricevuto il Battesimo e la formazione per i successivi Sacramenti, noi i Cristiani, tutti coloro che siamo iscritti nei registri parrocchiali, pensiamoci bene ed uniamoci per pregare insieme, per chiedere questa forza, la forza di questo abbandono incondizionato nelle mani di Colui che ci ha creati. Tra di noi ci sono coloro che sono già in cammino, sono anche a buon punto, dire arrivati è un po’ generoso, perché non si finisce mai di riconoscere la grandezza del nostro Dio, ci aiutino, aiutiamoci l’un l’altro con la Preghiera e con l’attenzione reciproca, facendoci transito dell’Amore di Dio verso il nostro prossimo. Innamoriamoci di questo grande, immenso, Vero Amore. “Se Francesco e San Domenico fecero…perché anch'io non posso …” diceva Ignazio di Loyola nei suoi primi approcci verso la conversione e la donazione totale di sé a Gesù. Nello stesso giorno Gesù guarisce la suocera di Pietro e scaccia il maligno dagli spiriti indemoniati. Il brano è chiuso dalle mirabili parole del Profeta Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie”.

venerdì 26 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XII settimana del tempo ordinario)

Venerdì – Mt 8,1-4
Un segno della Missione di Gesù – La guarigione del lebbroso è un simbolo della liberazione del peccato, che Gesù è venuto a portare agli uomini. Come questo malato, chiediamo anche noi al Cristo di guarirci. Messalino EDB
Questi pochissimi versetti sono una delle infinite traduzioni in atti concreti delle parole di Gesù, il Maestro per eccellenza, il Maestro dei Maestri, il Massimo, il Figlio di Dio, seconda persona della SS: Trinità, inviato dal Padre per indicare la via della Salvezza a tutti gli uomini. Pochissime righe per dimostrare quanto di più importante necessita all’uomo per consolidare e fare maturare il rapporto con Dio, per dimostrare che la grandezza dell’Amore immenso di Dio richiede una risposta piccola ed essenziale: la fede, tanta quanto un “granellino di senape” tanto quanto basta di "abbondano" nelle Sue mani, nella convinzione.
di non essere mai soli, perché Egli il Signore e Creatore di tutto ciò che esiste, non ci lascerà mai soli. Un’altra precisazione: ” Guardati dal dirlo a qualcuno” Gesù vuole che ci accostiamo a Lui a seguito di un nostro personale cammino, che coinvolga la nostra persona in modo completo. “ Ma và a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro". Vuole, invece che si rechi presso i sacerdoti per dare l’offerta secondo la Legge di Mosè e perché tutto sia per gli stessi una testimonianza a cui fare riferimento per la loro crescita spirituale.


per saperne di più": la parola fede compare in 248 versetti della Bibbia (Nuova traduzione) li puoi visionare inserendo la parola "Fede" nell'apposito spazio del motore di ricerca.

giovedì 25 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XII settimana del tempo ordinario)

Giovedì Mt 7,21-29
I veri discepoli di Gesù – Per essere discepoli del Cristo, bisogna essere fedeli alla sua parola. Quando manca questa fedeltà, tutto il resto non ha valore, e anche le imprese più spettacolari si riveleranno vane alla prova del giudizio Dio. Cfr. Messalino EDB
Quante parole... quanti insegnamenti… come si è bravi a parlare, parlare…basta avere una buona capacità di esporre, un pizzico d’arte oratoria e tutto va….va facilmente. Non invano si è detto: Tanti sono i professori e pochi i maestri. E’ ovvio che ci sono professori che applicano e mettono in pratica l’arte oratoria ed associano alle loro parole, i fatti concreti. Ma in generale è facile, poco faticoso e poco costoso…in fatica e denaro…quasi a costo zero lasciare sfilare un concetto dopo l’altro, un monito dolo l’altro, un consiglio dopo l’altro…. Molto diversamente e severamente è la traduzione in realtà e concretezza, l’agire per mettere in pratica, gli stessi pensieri, concetti, programmi, oggetto dell’”oratoria” i suggerimenti….specialmente quelli che coinvolgono in modo totale e concreto la nostra sfera più preziosa, la nostra persona per tutto quello che è internamente, nelle proprie “stanze, ” nel profondo del nostro “io”.
Gesù ci chiede proprio questo, quel passaggio dalla “porta stretta”. Ci chiede di “addobbare”, “illuminare” “fare splendere” il luogo dove sono collocate le preziosità nascoste frutto delle virtù, di tutto il “modus vivendi” le cui tracce, sono incisivamente tracciate dalla presenza dell’Amore di Dio. La coerenza con questo Grande Amore, che si rileva nella Sua parola che è il primario "Patrimonio” che ciascun cristiano dovrebbe sempre tenere i n prima considerazione. La Parola che se, consapevolmente interiorizzata, richiede rigore, un rigore particolare, il rigore dettato dall’Amore di Dio, che come sappiamo ed è stato ricordato di recente dalla liturgia quotidiana è un rigore che affonda le sue radici nelle figure del padre che accoglie il figliol prodigo, del Pastore che abbraccia la pecorella smarrita, stringendola al suo cuore……

mercoledì 24 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XII settimana del tempo ordinario)

NATIVITA' DI GIOVANNI BATTISTA
Il più grande nato di donna…
«In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». E’ Gesù che così parla di Giovanni, il suo precursore. Ne definisce la grandezza e la missione. Egli è il nuovo Samuele che introduce la regalità di D avide. Il suo compito è quello di condurre l’umanità alle soglie del Vangelo, verso Cristo vero Re e Signore. Egli non è entrato nel Regno, ma grazie a lui, l’immensa processione umana trova la vera direzione per incontrare Cristo, salvatore e redentore del mondo. Spetta a lui additare «L’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Sarà ancora lui ad impartire un battesimo di penitenza che muove alla conversione. Sta aprendo la strada al Messia, nella consapevolezza che egli dovrà poi scomparire per fare posto a Cristo. «Egli è colui, del quale sta scritto: Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero che preparerà la tua via davanti a te». Preparare la via per poi scomparire: Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». Egli ha la piene consapevolezza dei limiti del suo mandato e lo adempie nella più profonda umiltà e verità: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui». «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire». Emerge la grandezza di Giovanni, anch’egli ha il suo «compiuto» nella gioia della presenza dello sposo, che è Cristo. Il suo martirio è la logica conseguenza della sua fedeltà: egli non può tacere gli errori degli uomini, anche se deve mettere sotto accusa un potente e la sua compagna. Le verità di Dio non possono essere oggetto di compromesso: Giovanni ha già la certezza che la verità che gli è chiamato ad annunciare e testimoniare s’identifica con Cristo stesso ed egli non oserebbe mai svilirne l’immagine. «Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» Scopriremo in piena evidenza con la passione di Cristo il significato di quella violenza, ma Giovanni già lo preannuncia con il suo martirio. Egli ci offre così uno splendido esempio di cosa significhi e cosa comporti l’essere profeta, annunciare Cristo, aprirgli le strade del mondo e dei cuori degli uomini, testimoniare con la vita la propria fedeltà al mandato ricevuto. La chiesa, il mondo ha ancora urgente bisogno di tanti e tante che ne sappiano ripercorrere le orme. (A cura dei Padri Benedettini Silvestrini)

martedì 23 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X II settimana del tempo ordinario)

Martedì Mt 7,6.12-14
La regola d’oro – Fra le massime di Gesù, raggruppate da Matteo nel discorso della montagna, ce n’è una che indica al discepolo una via sicura da seguire:trattare gli altri come vuole essere trattato lui stesso. Un cammino impegnativo, che però conduce alla salvezza. Cfr. Messalino EDB.
Afferrati dall’attaccamento a noi stessi è più facile attribuire ai nostri “interlocutori”, colpe, …responsabilità... insomma tutto quello che potrebbe farci del male, perché, ovviamente, più semplice. Più facile. sapere che l’altro ha un dolore, che affrontare il dolore sulla propria persona. Non ci scandalizziamo ed ammettiamolo pure che un “po’” legati a noi stessi lo siamo, più o meno, ma lo siamo.
Gesù ci indica la strada giusta, la strada, più articolata, …ci propone “la porta stretta e la via angusta”…tanto stretta ed angusta che è difficile a trovarla, proprio per questo attaccamento a noi stessi. Non è questa la via della salvezza, no, non è questa, proviamo ad amare l’altro come, tanto quanto amiamo noi stessi, rispettiamo l’altrui dignità allo stesso modo in cui “pretendiamo” che gli altri facciano a noi. Per ottenere questo risultato bisogna “recepire” profondamente parole come umiltà, … disponibilità all’ascolto, mirare a “scusare” piuttosto che a “colpevolizzare”…. E’ vero quello che ci viene chiesto è tanto difficile, ma è l’unica porta l’unica via, proposta, dell’Amore vero, quello stesso Amore del Padre che ci accoglie sempre in qualsiasi istante cancellando immediatamente tutto e ricominciando un nuovo vissuto d’Amore con i propri figli.

lunedì 22 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XII settimana del T.O

Lunedì - Mt 7,1-5 Fratelli, non giudici – Dio solo è giudice. Perché non debba giustamente condannarci, correggiamo in primo luogo i nostri difetti, invece di segnare a dito quelli degli altri. Cfr. Messalino EDB.
A volte…Spesso...Qualche volta…Tutti prima o poi ci troviamo ad azionare ciascun organo di senso, un po’ impropriamente il gusto, per “emettere” giudizi nei confronti del nostro prossimo. Diciamolo pure, qualche volta avremo cercato anche l’invisibile, utilizzando, se necessario, anche la “lente d’ingrandimento” per trovare ad ogni costo qualcosa da “criticare” nella persona dell’altro.
Certamente a volte per puro caso, per sporadica tentazione o per ….“professione”. Mentre si registra, anche se controllata, questa tendenza, meno frequentemente si mira a guardarsi dentro, mettersi davanti ad uno specchio o ad usare le lenti d’ingrandimento per evidenziare i propri difetti. Mettersi in discussione! Ovviamente questo avviene comunemente, perché è sempre bene considerare che ci siano persone che con una buona capacità di autocontrollo riescono a gestire queste manifestazioni con molto equilibrio.
Gesù, in queste poche righe ci ammonisce: “non giudicate “ e ci mette in guardia, “per non essere giudicati”….” Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.
Certamente il giudicare non è un atto d’amore nei confronti dei nostri fratelli è senz’altro un venire meno a quell’Amore Vero di cui Gesù continuamente ci dimostra l’esistenza e quanto possa essere importante per vivere di Lui, per Lui e con Lui, per vivere da Cristiani autentici.

domenica 21 giugno 2009

Omelia della XII Domenica T.O

XII SETTIMANA T. O
Omelia di Padre Alvise Bellinati
(Unione Cattolici Italiani)

IL “DESTINO” E L’AMORE DI DIO
La recente sciagura del volo Air France 447, misteriosamente sparito nell’Oceano Atlantico mentre volava da Rio de Janeiro a Parigi, ha suscitato nell’opinione pubblica mondiale, reazioni di cordoglio unanime.Oltre alle consuete discussioni sulla sicurezza aeronautica, sulle responsabilità, sulle cause di questa tragedia, è spuntato anche, su alcuni mass media, un dibattito parallelo, accompagnato da varie riflessioni, circa l’impotenza dell’uomo nell’affrontare situazioni che sfuggono totalmente alle sue previsioni.Ci sono ancora condizioni ed eventi davanti ai quali l’essere umano sperimenta la sua sostanziale impotenza, la scomoda incapacità di governare l’esito di una situazione.Sono quelle circostanze che in America vengono definite “out of control”, fuori controllo.L’uomo moderno, abituato a dominare la natura per mezzo della tecnologia, fa molta fatica ad accettare la perdita del controllo, a qualsiasi livello.Il timore di perdere il controllo, poi, sia nelle relazioni umane, come nella vita affettiva, professionale, familiare, è annidato, in fondo, nell’inconscio di ciascuno di noi.Per tragica ironia della sorte, sui monitor dell’aeroporto di Rio de Janeiro il giorno dell’incidente, appariva il numero del volo, 447, l’orario, la località di partenza e poi quella parola portoghese “destino”, che in Brasile indica la località di arrivo, ma che per noi italiani significa qualcosa di molto diverso.Chi di noi, in quei giorni, assistendo ai telegiornali, non ha pensato al “destino”?Chi di noi non ha riflettuto un momento, domandandosi se nella nostra vita non ci sia davvero un “destino” che sfugge del tutto al nostro controllo?È molto difficile, e forse sarebbe più onesto dire impossibile, dare una giustificazione coerente ai nostri fratelli e sorelle che sono colpiti dalla sciagura, che sono provati in vario modo dall’esperienza del dolore, della morte, e, più di tutto, della assenza di significato.Ma pur nell’atteggiamento del silenzio rispettoso e della preghiera solidale, forse noi oggi, qui, a settimane di distanza, non possiamo esimerci dal porci una domanda con tutta franchezza.Chi ha il controllo della nostra vita?Dio o il “destino”?La liturgia della Parola odierna ci spinga a parlare e non a rassegnarci a un silenzio privo di significato.Le tre letture che abbiamo appena ascoltato, ci aiutano a mettere a fuoco una verità fondamentale e teoricamente semplice della nostra fede cristiana, quella verità che è espressa in modo sintetico e chiaro (e quasi disarmante) nella orazione iniziale di questa Messa: “Tu, o Dio, non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore”.L’uomo è stabilito su una roccia, che è l’amore di Dio.Qualunque cosa accada, Dio ama l’uomo.Questo amore di Dio per l’uomo è talmente grande che, possiamo dire, non è mai “out of control”. Non esiste un momento della vita dell’uomo sulla terra, in cui questo amore si fermi o cessi.Non c’è mai un momento in cui Dio “dorma” o si dimentichi di noi, o non sappia cosa accade ai suoi figli. Nemmeno quando il dolore e la morte bussano alla porta della nostra vita.Non siamo in balia di forze oscure, di potenze misteriose, di un destino imperscrutabile. Siamo “stabiliti sulla roccia del suo amore”, ci dice oggi la liturgia.La nuova traduzione del lezionario festivo è particolarmente forte, nella seconda lettura: “Fratelli, l’amore di Cristo ci possiede!”.Siamo posseduti dall’amore e non abbandonati al destino o “out of control”.Dio ci ama e ha “under control” (nel Vangelo, che non fu scritto in inglese, si direbbe che è kyrios, cioè ha signoria, domina) la natura (prima lettura), la vita umana (Vangelo) e perfino la morte (seconda lettura).
1. Il Signore delle forze della natura
Nella prima lettura abbiamo ascoltato come il mare, questa realtà potente e tumultuosa, è sotto il controllo di Dio. Dio era là quando nacque uscendo dal seno della terra; è molto bello il linguaggio usato nel libro di Giobbe: come un bambino indifeso Dio avvolse il mare di fasce (caligine) e lo vestì (nube).Il cristiano sa che il mondo non è un caos disordinato, dominato da forze aliene e irrazionali: esso è un cosmos ordinato, in cui Dio ha messo l’impronta della sua sapienza e amore.Dio, come dice uno dei prefazi della liturgia eucaristica: “ha messo al servizio dell’uomo le immense energie del mondo” Scrive un commentatore: “L'uomo primitivo aveva istintivamente il senso del sacro, viveva i suoi rapporti con la natura come se esseri divini presiedessero al divenire implacabile degli avvenimenti. L'uomo moderno ha raggiunto un notevole dominio sulle forze naturali, e lo aumenta di giorno in giorno. La natura non gli incute più timore; vi si sente a suo agio, la sceglie come quadro e materia di un'opera storica da compiere con le sue proprie forze. L'atteggiamento dei suoi antenati gli appare come una sorgente di alienazione. Anche quando si trova dinanzi ad avvenimenti inattesi, la sua reazione istantanea è quella di ricercarne la spiegazione scientifica e non più quella di rivolgersi al mondo divino.Questo comporta un mutamento (ed una purificazione) dell'immagine stessa di Dio. Dio non è visto più soltanto o principalmente come fondamento, garante e vindice dell'ordine della natura. Il Dio della fede è «altro» dal mondo, sta al di là delle sue leggi e non può essere raggiunto a partire soltanto dal mondo e dai suoi eventi”.Questa visione cristiana del mondo comporta alcune conseguenze importanti per noi e la nostra fede.Il mondo ci è affidato perché viviamo in giusta relazione con esso: lo rispettiamo e facciamo la nostra parte per comprendere le leggi naturali che lo governano, ma sempre consapevoli che non lo potremo mai dominarlo completamente.L’atteggiamento di fede matura ci porta a ricercare la spiegazione razionale di ciò che accade, utilizzando l’intelligenza, che Dio ci ha dato come dono per esplorare la sua creazione.Fede matura è, poi, renderci conto che le creature sono buone, ma non devono sostituirsi al creatore: tutto ci è stato messo a disposizione ed è per noi, ma non deve trasformarsi in idolo o prendere il posto di Dio.
2. Il Signore della vita umana
Se Dio ha creato con amore il mondo e ha messo la sua impronta nelle cose che ci circondando, molto più ci chiama a riconoscere la sua opera nella vita degli uomini, creati a sua immagine e somiglianza.La vita dell’uomo è oggetto dell’amore infinito di Dio. Egli “ha tanto amato il mondo, da mandare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).Il tema della fede-fìducia anche nelle prove, che talvolta appaiono nella vita degli uomini e sembrano mettere in crisi la certezza che Dio ci ama, diventa centrale nel Vangelo. Gesù fa agli apostoli la domanda-rimprovero: « Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?».È strano che Gesù rimproveri di mancanza di fede proprio quando essi gli si rivolgono pieni di fiducia. Evidentemente qui Gesù rimprovera non tanto la fiducia, quanto l'atteggiamento interessato per cui la fiducia è tutta rivolta ad ottenere qualcosa. Questa fede è troppo imperfetta.È un po’ vero che la nostra fede in Dio si ravviva specialmente quando abbiamo bisogno di qualche favore, quando abbiamo qualcosa da chiedergli o siamo in difficoltà.Nei momenti in cui ci sembra che Dio “dorma”, anche noi ci rivolgiamo a lui con l’atteggiamento degli apostoli nella barca, nel mezzo della tempesta.Il Vangelo ci richiama, però, ad una fede più matura: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”.La fede di cui parla Gesù è quella certezza che, porta a dire, come recita una bellissima preghiera, intitolata Preghiera di libertà: “Tu sei il mio Rifugio e la mia Roccia di salvezza. Tu hai il controllo di tutto ciò che succede nella mia vita. Io sono il tuo figlio, la tua figlia e porto il tuo nome”.Il cammino di crescita nella vita cristiana dovrebbe portarci sempre più a passare da una fede un po’ “opportunista” a una fede senza paura, libera e fiduciosa.“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”.
3. Il vincitore della morte
La seconda lettura ci ha ricordato che Cristo ha il potere anche sulla morte.Non esiste il “destino” o la fatalità.Cristo ha, tanto per continuare ad usare il linguaggio adottato finora, “preso il controllo” anche dell’ultima e più grande sconfitta dell’uomo: la morte.Lo ha fatto, ci dice S. Paolo, morendo per tutti noi.L’accettazione nella fede di questa grande verità ci porta a un cambiamento esistenziale importante.Non c’è più spazio per la paura, l’ignoranza, la superstizione. Appare la fiducia e il desiderio di rispondere a questa chiamata, attraverso il dono della nostra vita, il servizio agli altri, la gioia: “Quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro!”.L’accettazione della signoria di Cristo, vincitore della morte, comporta, per noi cristiani, un cambiamento nel modo divedere la realtà: non c’è più il timore del destino, il sentirsi in balia degli eventi, il vivere prigionieri dell’incertezza. “Noi non guardiamo più niente alla maniera umana”.Anche qui, ritorna il tema della fede: per chi crede e si lascia “possedere” dall’amore di Cristo, cambia il modo di vedere, di interpretare la realtà. Anche quella realtà che più ci colpisce e ci inquieta: la morte.Ma la morte di cui ci parla S. Paolo non è soltanto quella fisica. C’è anche quella spirituale, che, a volte, è ancora peggiore.È la morte della mancanza di senso, di gioia, di prospettiva. È la morte del peccato, delle cose che offuscano nell’uomo l’immagine del Creatore. Anche questa morte è stata sconfitta: “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove!”.“God has everything under control”Concludiamo citando brevemente il pastore evangelico americano David Wilkerson, da una sua meditazione, intitolata “God has everything under control” (Dio ha tutto sotto controllo).”In questo momento tutto il mondo trema sotto l’esplosione di terrore e delle calamità che avvengono in tutta la terra. Tutti i giorni ci svegliamo e veniamo a conoscenza di un altro disastro.I non credenti sono giunti alla conclusione che non ci rimane altra soluzione, che tutto sta ruotando velocemente verso il caos perché non c’è più un timone.Ma il popolo di Dio la pensa diversamente. Sappiamo che non c’è motivo di aver paura, perché la Bibbia ci ricorda ancora una volta che il Signore ha tutto sotto controllo. Nulla avviene nel mondo senza la sua conoscenza e la sua guida. Isaia poi parla al popolo di Dio, che è sbattuto e preoccupato per gli eventi del mondo. Consiglia: Guarda in alto verso il cielo, alla sede gloriosa. Contempla i milioni di stelle. Il tuo Dio le ha create e le ha nominate una ad una. Non sei più prezioso di ciascuna di esse? Perciò, non temere.Dobbiamo sapere che in cielo c’è una mappa, un piano che il nostro Padre ha stabilito per il corso della storia. E lui lo conosce dal principio alla fine”.

XII SETTIMANA T. O

Domenica - Mt 7,1-5

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?». Mc 4,35-41

Martedì - Mt 7,1-5

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati; e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi civedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.

Mercoledì - Mt 7,6.12-14

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è
la Legge ed i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!”.

Giovedì - NATIVITA' DI SAN GIOVANNI BATTISTA Lc 1,57-66.80

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Venerdì – Mt 8,1-4

Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva. Ed ecco venire un lebbroso e prostrarsi a lui dicendo: "Signore, se vuoi, tu puoi sanarmi". E Gesù stese la mano e lo toccò dicendo: "Lo voglio, sii sanato". E subito la sua lebbra scomparve.
Poi Gesù gli disse: "Guardati dal dirlo a qualcuno, ma và a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè, e ciò serva come testimonianza per loro".

Sabato – Mt 8,5-17

In quel tempo, entrato Gesù in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa”.
All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti”. E Gesù disse al centurione: “Va’, e sia fatto secondo la tua fede”. In quell’istante il servo guarì.
Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie”.

venerdì 19 giugno 2009

Sabato dopo il Sacratissimo Cuore di Gesù

BEATO CUORE IMMACOLATO DI MARIA

Sabato – Festa del Cuore immolato di Maria – Lc 2,41-51)
In questo giorno, sacro alla memoria del cuore di Maria, la Chiesa ci propone una pagina forte. Vi è narrato il pellegrinaggio di Maria e Giuseppe a Gerusalemme che era un’adempienza richiesta (almeno una volta all’anno) dalla legge mosaica. Essi portano con sé Gesù dodicenne, cioè nell’anno in cui Egli sta per diventare adulto.A tredici anni, infatti, l’ebreo era considerato adulto e dunque figlio della legge con tutti gli obblighi del caso. A Gerusalemme, però, Maria e Giuseppe vivono un momento drammatico. Per tre giorni cercano Gesù che hanno smarrito. E l’ansia di questo evento, proprio da Maria è espressa, quando dice al figlio, appena ritrovato mentre esprime sapienza tra i dottori nel tempio: “Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”. Mirabile la risposta di Gesù: “Io devo essere nelle cose del Padre mio”.È come l’apparire di un sprazzo forte di luce nel fitto velo di un’esistenza apparentemente in tutto come le altre. Sì, i tre giorni di smarrimento di Gesù a Gerusalemme sono il preludio dei tre giorni della sua morte e risurrezione. Sua Madre non sa, non capisce. Anche per Maria, dunque, tutto è MISTERO da accogliere e custodire nel cuore: nella fede pura che è anche gestazione di amore; nel cuore sede dell’interiorità.A Maria mi affido oggi nella mia pausa contemplativa. Sto con lei, chiedendole di imparare il silenzio di una fede profonda:Aiutami, o Maria, a custodire nel mio cuore le parole del tuo Figlio Gesù e a cantare con te il magnificat della Sua Presenza nella mia vita. ( a cura dell’Eremo San Biagio)


cuore la memoria
dei misteri di salvezza compiuti nel suo Figlio, ne ha atteso con fiducia il compimento in Cristo.

Solennità del Cuore Immacolato di maria

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XI settimana del T.O

Venerdì 19 giugno Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù
Gv. 19 31-37

Il cuore che tanto ci ama
( a cura dei Padri Benedettini Silvestrini)

«Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini», così il nostro Redentore si rivelava ad una sua devota ed innamorata, Santa Margherita Maria Alaquoque. Oggi celebriamo quell’amore che è stato riversato nei nostri cuori, che ci ha meritato la salvezza, che ci ha liberati dal male, ci ha riconciliati con il Padre, ci ha fatto riscoprire la fraternità tra noi. Quando gli studiosi hanno esaminato il miracolo eucaristico di Lanciano hanno scoperto che l’ostia diventata carne umana, è una sezione del miocardio; hanno voluto dirci così che Gesù ci dona il suo cuore per stabilire una perfetta comunione con noi. L’evangelista Giovanni, che nell’Ultima cena posò il suo capo sul petto del Signore, ebbe il privilegio di sentirne il pulsare intenso mentre egli stava per celebrare la prima consacrazione e poi iniziare la sua crudelissima passione. Maria di Magdala sentì in lei i salutari effetti di quell’amore, si sentì amata, perdonata e convertita, e con lei una schiera di peccatori, di uomini e donne oppressi dal male fisico e spirituale. Chi di noi non ha sentito con la gioia del perdono l’intensità di quell’amore? Chi dopo una comunione eucaristica non si sentito amato, preso, coinvolto, immerso in quel cuore? La chiesa ha preso coscienza della perennità di quell’amore, legato al memoriale della sua passione, morte e risurrezione, legato alla fedeltà dei suoi, alla santità di tanti e tante, che lo hanno testimoniato con il martirio e con l’eroicità della virtù cristiane. Siamo certi che il cuore di Cristo pulsa ancora nel nostro mondo e non smette di amarci anche quando abbiamo la triste impressione che alte barriere siano state erette tra noi e Lui. Egli è venuto proprio per abbattere il muro di separazione che il peccato aveva innalzato. In quell’amore egli si rivela ai piccoli, da quell’amore siamo guidati verso il vero bene, in quel cuore troviamo conforto quando siamo affaticati ed oppressi, lì troviamo ristoro, lì pregustiamo i primi bagliori della nostra finale risurrezione. È santa energia per noi, è la forza di Dio in noi per portare i nostri pesi, per fare della fatica della nostra vita, l’offerta quotidiana del nostro volontario tributo di gratitudine e di lode a Cristo e in Lui alla Trinità beata. È un cuore aperto e radioso quello che Cristo ancora oggi ci si mostra, è trafitto dal peccato, ma irradia ancora la sua grazia che ci santifica, che ci purifica e ci rende santi. Oggi fissiamo quel cuore umano e divino, ci immergiamo in esso e ci specchiamo in esso per sorbirne lo splendore, per sintonizzarci con quei battiti, per fargli sentire la nostra infinita gratitudine nello sforzo quotidiano di ripeterne le virtù e di imitarne l’intensità.

giovedì 18 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X I settimana del tempo ordinario)

Giovedì Mt 6,7-15
La preghiera Cristiana – Gesù non dà ai suoi discepoli una formula di preghiera da imparare a memoria, ma insegna loro le disposizioni interiori necessarie per non rimanere chiusi al perdono e ai doni di Dio. Recitare il Padre Nostro significa prendere coscienza dell’atteggiamento che Dio attende da noi, e chiede di rendercene capaci. Cfr. Messalino EDB.
Talvolta nei nostri rapporti umani siamo convinti di poter ottenere quanto desideriamo dal nostro interlocutore ricorrendo alla forza convincente delle nostre parole e qualche volta si riesce a sortire l’effetto desiderato. Ne erano convinti più di noi i pagani che, anche nell’invocare i loro idoli si profondevano in lunghi e pressanti monologhi, convinti di strappare così i favori di cui avevano bisogno. Non può essere questo il modo per il cristiano che prega; il suo personale interlocutore è Dio stesso che scruta i cuori e vede i nostri pensieri anche più segreti con assoluta limpidezza. Non potranno certamente essere le parole a convincerlo ad aiutarci, ma tutto sgorga, come un effluvio spontaneo, dal suo amore di Padre, dalla sua onnipotenza e dal suo irrefrenabile desiderio di darci tutto quanto ci occorre per salvarci e per vivere in modo proficuo la nostra esperienza terrena. «Egli sa, prima che lo glie lo chiediamo di cosa abbiamo bisogno». Ecco allora l’insegnamento di Gesù, che si rivela per noi maestro di preghiera. «Voi dunque pregate così». Ci detta poi la più sublime preghiera che mai si potesse pensare, il Padre nostro. Facendoci invocare Dio con il nome di Padre ci dice subito che la preghiera s’incarna nell’amore, quello infinito ed eterno dell’Onnipotente, e quello dell’orante. Ci sollecita poi ad affermare il primato assoluto che gli spetta per cui chiediamo che il suo nome sia santificato, che il suo regno venga e si affermi in noi e la sua santissima volontà si compia. Nella seconda parte chiediamo anche per noi, per le nostre primarie necessità quotidiane, chiediamo il pane per noi e per tutti e non solo il pane… Riconoscendoci peccatori, esprimiamo poi l’urgenza della sua misericordia, esprimendo nel contempo il nostro impegno di usare la stessa bontà verso coloro che in qualsiasi modo ci hanno offeso. È ancora l’amore che deve trionfare sempre. L’ultima richiesta riguarda quella santa energia interiore che ci rende forti e saldi nel bene e capaci di respingere ogni male, ogni tentazione dalla nostra vita. Pregando come Gesù ci ha insegnato vediamo rinvigorita la nostra fede nelle verità fondamentali che professiamo, ribadiamo i nostri impegni e le nostre promesse di credenti e nel contempo presentiamo al nostro Padre celeste il miglior programma di vita possibile a ciascuno di noi. Per questo la preghiera di Gesù è diventata il modello di ogni preghiera e non solo nell’ambito cristiano. La sua universalità la tiene aperta ad ogni credente, qualunque sia lo specifico della propria fede. È davvero la preghiera ecumenica per eccellenza. (La preghiera di Gesù, a cura dei Padri Benedettini Silvestrini).

mercoledì 17 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X I settimana del tempo ordinario)

Mercoledì – Mt 6,1-6.16-18
Vivere sotto lo sguardo di Dio – Servire i poveri, pregare Dio, compiere gesti di libera rinuncia, sono tutti mezzi per diventare veri figli del Padre che conosce i cuori. Ma bisogna guardarsi bene dall’usare questi mezzi per apparire perfetti agli occhi degli uomini: l’orgoglio di tale atteggiamento distruggerebbe il loro valore agli occhi di Dio. Cfr. Messalino EDB.
«Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli». Viviamo tempi in cui la spettacolarizzazione in tutte le sue forme spinge tutti a far mostra di sé per cercare il consenso e l’ammirazione degli altri. I nuovi strumenti di comunicazione rendono relativamente facile apparire, farsi vedere, carpire notorietà e plausi. Anche nel nostro vivere quotidiano siamo tentati di vincere le nostre sfide familiari cercando tutti i modi per prevalere e goderci i nostri veri o presunti successi personali. Agire nel segreto, nel nascondimento pensando a dare gloria solo a Dio per attenderci da lui una ricompensa infinitamente superiore ad ogni nostra attesa, è virtù di pochi. Occorre la fede, la retta intenzione, la speranza nei beni futuri per smettere di cercare la fama e la ricompensa degli uomini. È anche vero che noi siamo interiormente così strutturati da non poter far a meno di umane e legittime gratificazioni: essere contenti e soddisfatti di ciò che facciamo ogni giorno, può essere un valido aiuto per perseverare nel bene e seguitare ad amarlo con la migliore intensità. Al contrario le delusioni ci opprimono, le disapprovazioni ci mortificano, l’insuccesso spegne in noi la voglia di proseguire. Dobbiamo però chiederci dove e da chi possiamo e dobbiamo attenderci tutto ciò. Dagli uomini o da Dio? Il plauso degli uomini ci può soddisfare per un istante, la fama ci esalta, ma è fugace, la ricompensa che possiamo trarne è poca cosa. Dio ci premia colmandoci di bene e il suo premio dura per l’eternità. Ecco perché il nostro dono, il nostro digiuno, le nostre preghiere, devono avere sempre la caratteristica della gratuità e il primo destinatario deve essere Lui, il Signore a cui dobbiamo onore e gloria. «A che ci giova guadagnate tutto il mondo se poi perdiamo la nostra anima?». San Paolo ci esorta: «Guardate alle cose di lassù e non a quelle della terra» e lo stesso Signore ci ripete: «accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano». (A Dio che vede nel segreto, a cura dei Padri Benedettini Silvestrini)

martedì 16 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XI settimana del T.O

Martedì – Mt 5,43-48

Assomigliare al Padre – Non è sempre possibile non avere nemici, ma è sempre possibile amarli, se si vuole essere figli di Dio, Padre di tutti gli uomini. Cfr. Messalino EDB.

L’amore senza confini
Amare coloro che ci amano è facile, gratificante ed istintivo. Amare i nemici e addirittura pregare per i nostri persecutori è eroico e impossibile alle sole forze umane. Ci appare evidente un progetto divino, annesso alla redenzione di Cristo: egli vuole non solo colmarci del suo amore e farci sentire dentro la veemenza della divina misericordia, ma desidera ancora che la violenza, le divisioni, le lotte cessino definitivamente tra gli uomini. Gesù ci dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore». La pace di Cristo è frutto del perdono da lui meritato per tutti noi sulla croce con tutta la sua passione. Ecco il meraviglioso intreccio: al peccato Dio ha risposto con la sua misericordia, alla violenza assurda degli uomini Cristo ha risposto con il suo perdono, ai suoi crudeli crocifissori Cristo ha risposto pregando per loro, al tentativo insane di dare la morte al Signore, egli ha risposto con la sua gloriosa risurrezione. Sono questi i percorsi della pace, percorsi ardui, ma che ci rendono realmente figli dell’unico Dio e fratelli dell’unico Padre. Soltanto se intimamente uniti a Cristo e certi del suo amore possiamo come lui donarlo ai nostri fratelli, senza distinzione di razza o di religione o di censo o di cultura. L’amore non ha confini, di sua natura a tutti e ovunque si diffonde. È l’arma del cristiano che gli consente di conseguire le più grandi vittorie, è il modo migliore per fermare i volenti, per disarmare i guerrieri, per stabilire la pace. Dentro le nostre chiese, dentro i nostri confessionali dovrebbe in modo privilegiato regnare quell’amore. Prima di pretendere che i cuori degli uomini siano aperte a Cristo, bisogna verificare se le porte delle nostre chiese sono davvero spalancate a tutti. I cuori dei pastori e dei ministri del perdono dovrebbero essere ricolmi dell’amore di Cristo e pronti ad accogliere come lui ha fatto durante tutta la sua vita terrena. Costatiamo con sgomento che talvolta i lontani a fatica e boccheggiando arrivano alle porte delle nostre chiese o al genuflessorio dei nostri confessionali e trovano porte chiuse e confessori che li respingono. Non ci è lecito tradire così il mandato che abbiamo ricevuto. Forse siamo ancora in troppi a prediligere la fredda applicazione della legge e dei canoni, creando nuove e più penose forme di schiavitù, che far sperimentare la gioia del perdono e della piena riconciliazione con Dio. Pare di vedere che intorno alla misericordia, nei confini del perdono, sono stati eretti steccati e muri talvolta invalicabili. Sappiamo che non è questo il comando del Signore. (a cura dei Monaci Benedettini Silvestrini)

lunedì 15 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la XI settimana del T.O

Lunedì - Mt 5,38-42
Reagire al male col bene – E’ giusto resistere al male, ma è ancora meglio vincerlo con una bontà ispirata da un amore disinteressato, capace di ricondurre al bene. Cfr. Messalino EDB • Il vangelo di oggi fa parte di una piccola unità letteraria che va da Mt 5,17 fino a Mt 5,48, in cui si descrive come passare dall’antica giustizia dei farisei (Mt 5,20) alla nuova giustizia del Regno di Dio (Mt 5,48). Descrive come salire sulla Montagna delle Beatitudini, da dove Gesù annunciò la nuova Legge dell’Amore. Il grande desiderio dei farisei era vivere nella giustizia, essere giusti dinanzi a Dio. E questo è anche il desiderio di tutti noi. Giusto è colui o colei che riesce a vivere dove Dio vuole che viva. I farisei si sforzavano di raggiungere la giustizia mediante la stretta osservanza della Legge. Pensavano che con il loro sforzo potevano arrivare a stare dove Dio li voleva. Gesù prende posizione nei confronti di questa pratica e annuncia la nuova giustizia che deve superare la giustizia dei farisei (Mt 5,20). Nel vangelo di oggi stiamo giungendo quasi alla cima della montagna. Manca poco. La cima è descritta in una frase: “Siate perfetti come il vostro Padre celestiale è perfetto” (Mt 5,48), che mediteremo nel vangelo di domani. Vediamo da vicino questo ultimo grado che ci manca per giungere alla cima della montagna, di cui San Giovanni della Croce dice: “Qui regnano il silenzio e l’amore”. • Matteo 5,38: Occhio per occhio, dente per dente. Gesù cita un testo dell’Antica legge dicendo: "Avete inteso che è stato detto: Occhio per occhio, dente per dente!” Abbreviò il testo, perché il testo intero diceva: ”Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, colpo per colpo” (Es 21,23-25). Come nei casi precedenti, anche qui Gesù fa una rilettura completamente nuova. Il principio “occhio per occhio, dente per dente” si trovava alla radice dell’interpretazione che gli scribi facevano della legge. Questo principio deve essere sovvertito, perché perverte e distrugge il rapporto tra le persone e con Dio.• Matteo 5,39ª: Non restituire il male con il male. Gesù afferma esattamente il contrario: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio”. Dinanzi a una violenza ricevuta, la nostra reazione naturale è pagare l’altro con la stessa moneta. La vendetta chiede “occhio per occhio, dente per dente”. Gesù chiede di restituire il male non con il male, ma con il bene. Perché se non sappiamo superare la violenza ricevuta, la spirale di violenza occuperà tutto e non sapremo più cosa fare. Lamech diceva: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido. Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette" (Gen 4,24). E fu proprio per questa terribile vendetta che tutto è finito nella confusione della Torre di Babele (Gen 11,1-9). Fedele all’insegnamento di Gesù, Paolo scrive nella lettera ai Romani: “Non rendete a nessuno male per male; la vostra preoccupazione sia fare il bene a tutti gli uomini. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene" (Rom 12,17-21). Per poter avere questo atteggiamento è necessario avere molta fede nella possibilità di recupero che ha l’essere umano. Come fare questo in pratica? Gesù offre quattro esempi concreti.• Matteo 5,39b-42: I quattro esempi per superare la spirale di violenza. Gesù dice: “anzi (a) se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; (b) e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. (d) E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. (e) Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle”. (Mt 5,40-42). Come capire queste quattro affermazioni? Gesù stesso ci offre un aiuto per aiutarci a capirle. Quando il soldato gli colpì la guancia, lui non gli porse l’altra. Anzi, reagì con energia: "Se ho parlato male, dimostrami dove è il male, ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Gesù non insegna ad essere passivi. San Paolo crede che ripagando il male con il bene “tu ammasserai carboni ardenti sul capo dell’altro” (Rm 12,20). Questa fede nella possibilità di recupero dell’essere umano è possibile solo partendo dalla radice che nasce dalla gratuità totale dell’amore creatore che Dio ci mostra nella vita e negli atteggiamenti di Gesù. (A cura dei Padri Carmelitani)

domenica 14 giugno 2009

Solennità del SS. Corpo e Sangue di Gesù



Domenica - Solennità Santissimo Corpo e Sangue di Gesù - Mc 14,12-16.22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sagrato della Basilica di San Giovanni in LateranoGiovedì,
11 giugno 2009

“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue ”.

Cari fratelli e sorelle,
queste parole che Gesù pronunciò nell’Ultima Cena, vengono ripetute ogni volta che si rinnova il Sacrificio eucaristico. Le abbiamo ascoltate poco fa nel Vangelo di Marco e risuonano con singolare potenza evocativa quest’oggi, solennità del Corpus Domini. Esse ci conducono idealmente nel Cenacolo, ci fanno rivivere il clima spirituale di quella notte quando, celebrando la Pasqua con i suoi, il Signore nel mistero anticipò il sacrificio che si sarebbe consumato il giorno dopo sulla croce. L’istituzione dell’Eucaristia ci appare così come anticipazione e accettazione da parte di Gesù della sua morte. Scrive in proposito sant’Efrem Siro: Durante la cena Gesù immolò se stesso; sulla croce Egli fu immolato dagli altri (cfr Inno sulla crocifissione 3, 1).
“Questo è il mio sangue”. Chiaro è qui il riferimento al linguaggio sacrificale di Israele. Gesù presenta se stesso come il vero e definitivo sacrificio, nel quale si realizza l’espiazione dei peccati che, nei riti dell’Antico Testamento, non era mai stata totalmente compiuta. A questa espressione ne seguono altre due molto significative. Innanzitutto, Gesù Cristo dice che il suo sangue “è versato per molti” con un comprensibile riferimento ai canti del Servo di Dio, che si trovano nel libro di Isaia (cfr cap. 53). Con l’aggiunta - “sangue dell’alleanza” -, Gesù rende inoltre manifesto che, grazie alla sua morte, si realizza la profezia della nuova alleanza fondata sulla fedeltà e sull’amore infinito del Figlio fattosi uomo, un’alleanza perciò più forte di tutti i peccati dell’umanità. L’antica alleanza era stata sancita sul Sinai con un rito sacrificale di animali, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, e il popolo eletto, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, aveva promesso di eseguire tutti i comandamenti dati dal Signore (cfr Es 24, 3).
In verità, Israele sin da subito, con la costruzione del vitello d'oro, si mostrò incapace di mantenersi fedele a questa promessa e così al patto intervenuto, che anzi in seguito trasgredì molto spesso, adattando al suo cuore di pietra la Legge che avrebbe dovuto insegnargli la via della vita. Il Signore però non venne meno alla sua promessa e, attraverso i profeti, si preoccupò di richiamare la dimensione interiore dell’alleanza, ed annunciò che ne avrebbe scritta una nuova nei cuori dei suoi fedeli (cfr Ger 31,33), trasformandoli con il dono dello Spirito (cfr Ez 36, 25-27). E fu durante l’Ultima Cena che strinse con i discepoli e con l’umanità questa nuova alleanza, confermandola non con sacrifici di animali come avveniva in passato, bensì con il suo sangue, divenuto “sangue della nuova alleanza”. La fondò quindi sulla propria obbedienza, più forte, come ho detto, di tutti i nostri peccati.
Questo viene ben evidenziato nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, dove l'autore sacro dichiara che Gesù è “mediatore di una alleanza nuova” (9,15). Lo è diventato gra­zie al suo sangue o, più esattamente, grazie al dono di se stesso, che dà pieno valore allo spargimento del suo sangue. Sulla croce, Gesù è al tempo stesso vittima e sacerdote: vittima degna di Dio perché senza macchia, e sommo sacerdote che offre se stesso, sotto l'impulso dello Spirito Santo, ed intercede per l’intera umanità. La Croce è pertanto mistero di amore e di salvezza, che ci purifica – come dice la Lettera agli Ebrei - dalle “opere morte”, cioè dai peccati, e ci santifica scolpendo l’alleanza nuova nel nostro cuore; l’Eucaristia, rendendo presente il sacrificio della Croce, ci rende capaci di vivere fedelmente la comunione con Dio.
Cari fratelli e sorelle - che saluto tutti con affetto ad iniziare dal Cardinale Vicario e dagli altri Cardinali e Vescovi presenti - come il popolo eletto riunito nell’assemblea del Sinai, anche noi questa sera vogliamo ribadire la nostra fedeltà al Signore.
Qualche giorno fa, aprendo l’annuale convegno diocesano, ho richiamato l’importanza di restare, come Chiesa, in ascolto della Parola di Dio nella preghiera e scrutando le Scritture, specialmente con la pratica della lectio divina, cioè della lettura meditata e adorante della Bibbia. So che tante iniziative sono state promosse al riguardo nelle parrocchie, nei seminari, nelle comunità religiose, all’interno delle confraternite, delle associazioni e dei movimenti apostolici, che arricchiscono la nostra comunità diocesana. Ai membri di questi molteplici organismi ecclesiali rivolgo il mio fraterno saluto. La vostra numerosa presenza a questa celebrazione, cari amici, pone in luce che la nostra comunità, caratterizzata da una pluralità di culture e di esperienze diverse, Dio la plasma come “suo” popolo, come l’unico Corpo di Cristo, grazie alla nostra sincera partecipazione alla duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia. Nutriti di Cristo, noi, suoi discepoli, riceviamo la missione di essere “l’anima” di questa nostra città (cfr Lettera a Diogneto, 6: ed. Funk, I, p. 400; vedi anche LG, 38) fermento di rinnovamento, pane “spezzato” per tutti, soprattutto per coloro che versano in situazioni di disagio, di povertà e di sofferenza fisica e spirituale. Diventiamo testimoni del suo amore.
Mi rivolgo particolarmente a voi, cari sacerdoti, che Cristo ha scelto perché insieme a Lui possiate vivere la vostra vita quale sacrificio di lode per la salvezza del mondo. Solo dall’unione con Gesù potete trarre quella fecondità spirituale che è generatrice di speranza nel vostro ministero pastorale. Ricorda san Leone Magno che “la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende a nient’altro che a diventare ciò che riceviamo” (Sermo 12, De Passione 3,7, PL 54). Se questo è vero per ogni cristiano, lo è a maggior ragione per noi sacerdoti. Divenire Eucaristia! Sia proprio questo il nostro costante desiderio e impegno, perché all’offerta del corpo e del sangue del Signore che facciamo sull’altare, si accompagni il sacrificio della nostra esistenza. Ogni giorno, attingiamo dal Corpo e Sangue del Signore quell’amore libero e puro che ci rende degni ministri del Cristo e testimoni della sua gioia. E’ ciò che i fedeli attendono dal sacerdote: l’esempio cioè di una autentica devozione per l’Eucaristia; amano vederlo trascorrere lunghe pause di silenzio e di adorazione dinanzi a Gesù come faceva il santo Curato d’Ars, che ricorderemo in modo particolare durante l’ormai imminente Anno Sacerdotale.
San Giovanni Maria Vianney amava dire ai suoi parrocchiani: “Venite alla comunione…E’ vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno” (Bernard Nodet, Le curé d’Ars. Sa pensée - Son coeur, éd. Xavier Mappus, Paris 1995, p. 119). Con la consapevolezza di essere inadeguati a causa dei peccati, ma bisognosi di nutrirci dell’amore che il Signore ci offre nel sacramento eucaristico, rinnoviamo questa sera la nostra fede nella reale presenza di Cristo nell’Eucaristia. Non bisogna dare per scontata questa fede! C’è oggi il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia. E’ sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene. Quando tra poco ripeteremo il Padre Nostro, la preghiera per eccellenza, diremo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, pensando naturalmente al pane d’ogni giorno per noi e per tutti gli uomini. Questa domanda, però, contiene qualcosa di più profondo. Il termine greco epioúsios, che traduciamo con “quotidiano”, potrebbe alludere anche al pane “sopra-sostanziale”, al pane “del mondo a venire”. Alcuni Padri della Chiesa hanno visto qui un riferimento all’Eucaristia, il pane della vita eterna, del nuovo mondo, che ci è dato già oggi nella Santa Messa, affinché sin da ora il mondo futuro abbia inizio in noi. Con l’Eucaristia dunque il cielo viene sulla terra, il domani di Dio si cala nel presente e il tempo è come abbracciato dall’eternità divina.
Cari fratelli e sorelle, come ogni anno, al termine della Santa Messa, si snoderà la tradizionale processione eucaristica ed eleveremo, con le preghiere e i canti, una corale implorazione al Signore presente nell’ostia consacrata. Gli diremo a nome dell’intera Città: Resta con noi Gesù, facci dono di te e dacci il pane che ci nutre per la vita eterna! Libera questo mondo dal veleno del male, della violenza e dell’odio che inquina le coscienze, purificalo con la potenza del tuo amore misericordioso. E tu, Maria, che sei stata donna “eucaristica” in tutta la tua vita, aiutaci a camminare uniti verso la meta celeste, nutriti dal Corpo e dal Sangue di Cristo, pane di vita eterna e farmaco dell’immortalità divina. Amen!

sabato 13 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X settimana del tempo ordinario)

Sabato - Sant’Antonio di Padova - Mt 5,33-37
L’amore per la verità – il discepolo del Cristo rifugge da qualsiasi doppiezza: non ha bisogno di invocare Dio come testimone perché la sua parola esprime la verità di ciò che egli pensa. Cfr. Messalino ed. EDB.
“Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti... ” Deciso come sempre, forte, incisivo. Il tono di Gesù per porre un divieto indiscutibile su uno dei tanto frequenti atteggiamenti che nella dialettica quotidiana a volte si usa per confermare la verità di un “qualcosa” sulla cui veridicità non si vuole lasciare negli altri nessuna forma di dubbio. I giuramenti non servono a nulla perché ciascun cristiano deve vivere nella verità e fare in modo che il suo stesso vissuto sia la garanzia totale che ciò che dice e ciò che fa è di per sé la verità e non è necessario cercare supporti esterni per confermare quanto si dice e quanto si fa. Vivere nella trasparenza, nella correttezza, nell’onestà in tutte le espressioni della propria esistenza: onestà di pensiero, intellettuale, di valutazione, di azione, …; vivere solidamente arroccati sulle verità indiscutibili dettate da una conduzione coerente sia spirituale, sia morale, sia comportamentale….che si fa garanzia dell’affidabilità del proprio modo di essere e di proporsi all’altro e da escludere quindi il giuramento, ovvero il ricorso a porre in garanzia quanto, qualcosa o qualcuno, di più importante possiamo pensare appropriato per confermare. Tra l’altro di nostro possediamo solamente la volontà e la capacità di discernere tra il bene ed il male, il resto è un dono del nostro Creatore e Signore, che se vissuto nella pienezza è già garanzia assoluta, che non ammette ombra di dubbio: “La verità vi farà liberi”.

venerdì 12 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X settimana del tempo ordinario)

Venerdì - Mt 5,27-32
Il rispetto della donna – La fedeltà coniugale è un dovere dell’uomo quanto della donna. Oltre a questo, un altro dovere si impone: quello del rispetto; che vieta di fare dell’altra persona un semplice oggetto di piacere. Cfr. Messalino ed. EDB
Il peccato viene dal di dentro:Già guardare una donna con desiderio significa commettere adulterio con lei. Il peccato come la opere di bene provengono dalle nostre interiori convinzioni, dall'orientamento che abbiano impresso nel nostro cuore. L'azione che ne segue è solo la esteriore manifestazione di ciò che prima è maturato dentro di noi. I nostri occhi, definiti la finestra dell'anima, ci trasferiscono immagini e causano sensazioni che, se non filtrate dalla nostra coscienza, che deve operare la selezione, ci spingono all'azione cattiva, non conforme alla norma divina. Ecco perché il Signore arriva a dirci che se il nostro occhio ci è motivo di scandalo, dobbiamo essere pronti anche a cavarlo pur di entrare nel regno dei cieli. L'inquinamento dell'anima è un fatto molto più debilitante della perdita di un nostro organo fisico come il nostro occhio o la nostra mano. Siamo così sollecitati a considerare con la migliore attenzione i valori del nostro corpo, pur meritevoli di attenzioni e di cure, e quelli dello spirito, che dobbiamo conservare integro per la vita eterna. Viene da pensare che ai nostri giorni talvolta sono più affollati gli ambulatori dei medici che non i confessionali e le chiese. Spesso capita di vedere gente che si affanna più per la dimora terrena che non per quelle definitiva e celeste. Soffriamo momenti di confusione e di capovolgimenti di valori. Ciò anche perché il nostro sguardo non più assuefatto a svolgere con sapienza la dovuta introspezione dell'anima. C'è troppo chiasso intorno e la fretta morde il nostro incedere nel mondo. Riflettere, meditare, esaminarsi interiormente è virtù di pochi. Forse anche per questo il discorso sulla fedeltà coniugale per molti, come ai tempi di Cristo, non è più un valore.( a cura dei Padri Benedettini Silvestrini)

giovedì 11 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X settimana del tempo ordinario)

Giovedì - San Barnaba - Mt 10,7-13
L’amore fraterno – Non basta rispettare la vita umana: bisogna anche creare un clima di fraternità in cui essa possa svilupparsi. Questo è il debito d’amore, che abbiamo verso gli altri. Cfr. Messalino ed. EDB
Ogni pagina del Vangelo ci porta a conoscenza di quanto sia grande il Cuore di Gesù, l’Amore che ha per tutti gli uomini, come non tralasci nessun insegnamento che possa farci crescere nella risposta d’amore nei Suoi confronti e come per essere tale deve, contemporaneamente, farsi amore per i fratelli: ” Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni". Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. A chiare lettere Gesù ci chiede di dare agli altri con generosità, apertura di cuore, disponibilità…al di là di ogni egoismo, pregiudizio… Fate di tutto per essere per gli altri quell’ancoretta, che sostenga il fratello in ogni circostanza nel bene e nel male, piangendo con chi piange ed esortandolo a superare ogni “abbattimento” riponendo la fiducia in Gesù, ” l’ancora” grande della nostra ed altrui esistenza. Ridendo con chi ride, unendosi a chi gioisce per ringraziare e lodare il Signore Gesù, fonte di ogni bene. Questa è la missione del Cristiano: ”Amate come io ho amato voi”.
Andate quindi dice ai suoi discepoli predicate il Vangelo dell’Amore con le parole con le opere, con il vostro “vissuto", fatevi modelli, fatevi portatori di pace e di gioia. Andate e se siete ricevuti con disponibilità di ascolto, restate e lasciate la vostra Pace che è la mia Pace, se invece non trovate accoglienza ritornate indietro portando con voi la pace perché essa vada portata ad altri. Un invito…Un programma di vita….

mercoledì 10 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X settimana del tempo ordinario)

Mercoledì - Mt 5,17-19
Le esigenze del Vangelo – Essere fedeli a Dio, non significa attenersi all’una o all’altri delle prescrizioni contenute nella legge di Mosè significa essere docili allo Spirito di quel Dio che i profeti hanno fatto conoscere a poco a poco a Israele, e che Gesù rivela con pienezza. Il Cristo non contraddice Mosè, lo supera. Messalino ed. EDB.
Molto bello e molto significativo il brano di oggi se si coglie tutto il messaggio che esso contiene. Gesù con questo intervento spazza via ogni forma di dubbio sulla Sua identità e sulla Sua missione, quale figlio di Dio, fattosi uomo per la salvezza di tutti gli uomini.
Il Suo è un messaggio, chiaro, profondo e straordinariamente significativo. Nessuno pensi che Io sono venuto ad abolire la legge, dice Gesù, come si potrebbe pensare, ma solo a rafforzarne i contenuti ed ad evidenziare la maniera giusta e coerente per applicarla.
La Sacra Scrittura non è costituita da una serie di articoli da osservare palesemente, in modo da evidenziare esternamente di trovarsi nella parte del giusto, ma una raccolta di contenuti da fare penetrare nell’intimità del proprio cuore interiorizzarli, saperli leggere alla luce dello Spirito Santo, viverli dall’interno verso l’esterno, credere fermamente in essi, non solo perché rappresentano “la legge” ma perché parte di un programma di vita consolidato ed acquisito, trasmetterlo con la stessa intensità, ” farlo transitare”. Questa è la missione di Gesù, questa deve essere la missione di un cristiano che non solo dice di esserlo, ma perché crede fermamente a quello che dice ed a quello che fa, cioè “crede fermamente di essere cristiano".

martedì 9 giugno 2009

Riflessioni...risonanze - (scorriamo la X settimana del tempo ordinario)

Martedì - Mt 5,13-16
La Missione del Cristiano nel mondo – Per essere discepoli del Cristo, non basta conoscerlo p ascoltarlo. Bisogna anche farlo conoscere attraverso una vita che riveli al mondo il sapore e la luce del Vangelo. Messalino ed. EDB.
“Voi siete la luce del mondo”E’ rimasta famosa la frase del Santo Padre, rivolta ai giovani, che i cristiani di oggi sono “sciapi”, non danno sapore al mondo di oggi… L’immagine alquanto evangelica che la liturgia di oggi ci propone. Ecco la nostra missione, grandissima missione, essere uomini e donne che danno sapore e senso alla vita, che danno luce e convinzioni agli altri. Perché è forte il rischio di essere insipidi, di perdere quella novità a cui tutti dovrebbero poter guardare, per imparare a sperare in Dio. Se i discepoli venissero meno al loro compito rispetto al mondo, non servirebbero più a nulla, anzi, rischiano di essere “gettati via e calpestati…”. Nella frase “voi siete” il Signore esprime una grande fiducia nei nostri confronti! Ma anche grande responsabilità per i discepoli nei confronti di coloro a cui sono mandati! Il “voi siete”, costituisce già un’entità, data certo come dono, in unione con Gesù, vera “luce degli uomini”. La luce, che non può essere nascosta come una città elevata e che sarebbe assurdo metterla sotto il letto come la lucerna in casa che sono le “buone opere” dei discepoli. Si tratta di quelle opere che rendono visibili la giustizia, la misericordia, la pace, l’impegno sociale dei discepoli per mezzo delle quali si rivelano autentici figli di Dio. Infatti questo dovere, coerente e pratico dei discepoli è un irraggiamento di quella luce che deve condurre gli uomini a riconoscere la fonte luminosa e sapienziale: il Padre che è nei cieli
(A cura dei Padri Benedettini Silvestrini)